Pisa – In tema di disobbedienza civile esponenti dell’Unione Comunale PD Pisa hanno incontrato Stefania Lombardi, PhD in Filosofia Morale, sottoponendole alcune domande che fanno riferimento anche a fatti ripresi dall’attualità. Riportiamo di seguito una breve intervista fatta da esponenti dell’Unione Comunale PD a con Stefania Lombardi, PhD in Filosofia Morale con una tesi intitolata “L’apolide, destinatario d’universalità”.
Stefania come possiamo definire la disobbedienza civile?
S.F. – Andiamo subito al dunque, vedo. La disobbedienza civile è un diritto morale e, a volte, persino un dovere se si ritengono ingiuste certe politiche e/o sentenze dei tribunali (Lefkowitz, 2007).
Un diritto morale che può essere deleterio per la democrazia?
S.F. – La disobbedienza civile non lede la democrazia ma, al contrario, è parte integrante della democrazia stessa, pur non essendo un atto giuridicamente normato. La disobbedienza civile è costruttiva e tende ad aumentare il livello di democrazia.
Oggi se ne parla come se fosse una novità, ma in realtà ha radici antiche, non è così ?
S.F. – Certamente! La tradizione di pensiero a tal riguardo è molto lunga; i primi nomi che possono venire in ente sono quelli di Thoreau, Gandhi, Arendt, Rawls…; le ricerche recenti più interessanti sono quelle di Theresa Züger e Davide Morselli. Arendt resta a mio avviso la più significativa su questo tema.
Perché fra tutti proprio Arendt?
S.F. – Riguardo la disobbedienza civile Arendt (Crises of the republic: Lying in politics, civil disobedience on violence, thoughts on politics, and revolution) annovera i casi in cui un governo persegue azioni o decisioni che non sono conformi alla legge o alle disposizioni di legge o alle leggi in vigore, come ad esempio la Costituzione. Come sostiene Theresa Züger, per Arendt, il criterio cruciale per queste azioni di disobbedienza civile è innanzitutto il criterio della pubblicità. Mentre i criminali evitano la vista pubblica, il disobbediente civile desidera la sua attenzione. Anche la collettività e l’orientamento al benessere comune di una società sono criteri necessari per la legittimità della disobbedienza civile. Secondo il ragionamento di Theresa Züger, Arendt fa una differenza significativa se i singoli individui dichiarano pubblicamente le loro opinioni politiche, oppure rappresentano semplicemente i loro interessi personali. Solo un collettivo e il pubblico hanno il potere di trasformare il punto di vista consapevole di un individuo in un’opinione politica.
Quindi l’aspetto mediatico e collettivista qualifica la disobbedienza civile. Rispetto a questo, come inquadri la disobbedienza civile oggi?
S.F. – Viviamo in una società mediatica, la vita stessa, con l’avvento dei social è diventata mediatica. Con i media ogni atto diviene pubblico e, sapendo utilizzare questi mezzi, si potrebbe praticare disobbedienza civile per difendere, ad esempio, la Costituzione come è il caso emblematico del Sindaco di Riace. In alcune città, oggi, persino sedersi sui gradini può essere un atto di disobbedienza civile per vivere, appunto, quei luoghi di aggregazione che favoriscono il nostro vivere politico, la nostra “vita activa”. Arendt riflette sul paradosso giuridico d’integrare la disobbedienza civile in un sistema e cerca soluzioni per istituzionalizzare la disobbedienza civile come un equilibrio tra gli insuccessi della giustizia, per esempio tramite “gruppi di pressione”. Arendt fa notare che i “gruppi di pressione” che praticano disobbedienza civile non sono una malattia delle moderne democrazie; ne sono, semmai, una possibile cura